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domenica 18 gennaio 2015

Il demone e il monaco, storie d'ordinaria amministrazione in Tibet

Nella cultura popolare Lang Darma è rappresentato come un demone munito di corna e dotato di lingua nera. Da qui l'usanza presso i tibetani di salutarsi grattandosi la parte superiore della nuca e mostrando la lingua a riprova del fatto di non trovarsi di fronte a un demone cornuto."
da Tibet Mito e Storia di P.Angelini

Lang Darma è stato un usurpatore del trono tibetano nel IX secolo. Appoggiato dai sacerdoti Bon, ripristinò gli antichi culti e privilegi.
Ferocemente avverso al buddhismo aizzò violenze contro i monaci e fece chiudere i monasteri buddhisti, tanto da venir considerato dai posteri un demone.








Un giovane monaco chiamato Palgy Dorje, potente allievo di Padmasambhava, era un esperto di arti magiche e si diceva che fosse in grado di attraversare le rocce e di volare, quando venne a conoscenza delle persecuzioni del despota, spinto dalla compassione decise di partire per porre fine al suo regno di terrore (*).
Giunto a Lhasa, la capitale, si distinse per la sua abilità nella danza, tanto che le guardie del re, gli chiesero di venire a corte per mostrare le sue capacità inusuali al re. Ma una volta giunto al cospetto del re, tra un passo di danza e l'altro, estrasse arco e frecce, precedentemente celati sotto la sua tunica e con questi colpì il sovrano in un occhio che morì sul colpo, in seguito approfittando della confusione, riuscì a fuggire col suo cavallo, facendo così perdere le sue tracce.









 La danza del cappello nero, popolare in Tibet, richiama la vicenda prima citata, in quanto si dice che Pelgyi Dorje, indossasse indumenti simili quando giunse dal malvagio re, lo scopo di questa danza rituale è quello di eliminare le energie negative e gli ostacoli che ci impediscono di conoscere la realtà ultima al di là dell'ego, attraverso tre principali livelli riprodotti simbolicamente dalle parti del vestiario: quello esterno ossia l'ambiente e i suoi condizionamenti, quello interno costituito dalle emozioni e dalla sofferenza, e quello segreto che concerne l'identificazione della mente con il corpo (e quindi l'ego). I rapidi movimenti dei danzatori comunicano agli spettatori la gioia e la libertà acquisita una volta che la realtà viene riscoperta nella sua vera natura.





(*)= in un'ottica buddhista, uccidere un malvagio è un atto di misericordia nei suoi confronti, più che nei confronti degli oppressi, chi indulge nell'omicidio e nella violenza, accumulerebbe molto karma negativo se non venisse fermato, chiaramente è un discorso a livello simbolico, per mostrare fino a che punto un illuminato è disposto a salvare gli esseri dalla sofferenza, fino al punto di sacrificare la sua fedina... karmica! Essendo un tema un pò contorto, approfondirò la questione in un prossimo articolo narrando un jataka, ossia una storia sulle mitiche rinascite precedenti del Buddha storico Gautama.

martedì 13 gennaio 2015

Il Nido della tigre (Paro Taktsang), Bhutan

Per rendere onore all'iniziatore della tradizione dei terton e a lui che è tra i maggiori maestri, ossia Guru Rinpoche, non posso che non aprire il blog con un argomento a tema.


  Paro, Bhutan (1692)

Questo monastero chiamato Nido della Tigre (Paro Taktsang) sorge a circa 3000 m di altezza ed è uno degli scorci più spettacolari del Bhutan, splendido regno himalayano.
Sul perchè del nome e riguardo alla sua origine si racconta che Padmasambhava, maestro del buddhismo vajryana nell'area molto riverito, vi giunse nell'VIII a cavallo di una tigre volante, che altro non era che un'emanazione della sua divina consorte.
In cima al picco combattè e sconfisse un demone, dopo di che si ritirò in una grotta e rimase in meditazione per 3 anni.
A seguito della conversione del popolo bhutanese al buddhismo, nel periodo tra marzo e aprile si festeggia in tutta la grande vallata vicina, una festa in suo onore.




Proprio allo scopo di combattere e spaventare i demoni, Padmasambhava (come mostrato nelle due immagini sopra) si manifesta nella forma irata (ugra sanscr.) di Dorje Drolo, armato di un vajra nella mano destra, simbolo del fulmine, ma anche del diamante, segno di una mente forte e  indistruttibile, e di un kila, pugnale forgiato col ferro di un meteorite nella sinistra, a cavallo della tigre prima citata, ovvero la sua consorte Mandrava.
Nelle località teatro dei suoi scontri, pare che il guru abbia lasciato le orme nere dei suoi piedi, tutt'ora visibili.