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martedì 17 marzo 2015

Gli assassini: breve storia di un culto che fece tremare il Medio Oriente

"Assassino" è una di quelle tante parole arabe che nel corso della storia è entrata a far parte del nostro vocabolario, oggi indagheremo sulla sua origine scoprendo un pezzo di storia importante del medio oriente.
Prima di tutto, non c'è accordo sulla sua reale etimologia, assassino deriva dall'arabo "hashshashin" (حشّاشين), che secondo alcuni studiosi avrebbe origine dal nome del fondatore Hassan Sabbah, per altri deriverebbe dal vocabolo arabo che sta per "erba", e che quindi lascia supporre che tra i suoi seguaci fosse norma fumare erba.
Non voglio mettermi contro nessun accademico, ma vista anche la radice della parola e la fonetica araba, tra le due mi sembra sia più logico suppore quest'ultima origine, che forse farà storcere un pò il naso per l'immagine inusuale di un gruppo religioso/politico un pò "alternative" all'alba del primo millennio: immaginatevi questi uomini oscuri, spietati, che con le mani odorose di canna preparano i loro piani e astute trame.

Parliamo ora di quanto è possibile dire sul loro conto, partiamo dalla storia:
 Il culto degli assassini nasce per opera del già citato Hassan Sabbah (1034, Qom, Iran), appartenente ad una delle branche più estreme dello shi'ismo ismailita, detta nizari (o nusayri), che riconosce una diversa linea parentale di imam rispetto allo shi'ismo duodecimano, quello più diffuso oggi in Iran.





Quest'immagine è un abile lavoro di arte calligrafica, e venne assunto dai nizari come simbolo del loro culto. Al suo interno vi è tracciato il nome completo di 'Ali, cugino di Muhammad, considerato da tutti gli shi'iti il primo imam.

Dotato di una forte personalità carismatica, Hassan radunò con sè numerosi seguaci, essi erano fortemente avversi allo sfarzo delle corti dei califfi, e lamentavano l'assenza di quello  che nella visione di Hassan era l'islam più puro, così forte dell'aiuto dei suoi sostenitori egli riuscì a conquistare una fortezza ad Alamut, nell'attuale Iran (1090).
Un posto inespugnabile e poco raggiungibile, e sulla cui conquista da parte del nostro si raccontano varie leggende, dall'uso di poteri soprannaturali alla conversione dei suoi abitanti, ma che alla fine si rivelò un'ottima scelta strategica per le operazioni degli assassini.

Alamut, Iran

Anche se ormai divenuto sinonimo di omicidio, il termine "assassinio", secondo le usanze di questo culto, stava ad indicare un omicidio politico, mirato a destabilizzare regni e imperi di chi veniva considerato indegno del potere.
Gli assassini progettavano con cura ogni attentato, erano fortemente indottrinati e fedeli, come in un ordine esoterico esisteva all'interno del culto un sistema di rivelazioni per grado che permetteva ai seguaci di accedere anche ad una conoscenza più profonda del Corano, fino a giungere alla cerchia più ristretta di Hassan.

Dal punto di vista religioso si rifacevano ad un tipo di shi'ismo estremo, l'ismailismo, che rispetto all'originario dava un assoluta priorità all'interpretazione esoterica al Corano: la shari'a, i fondamenti obbligatori dell'islam diventavano superflui una volta che l'adepto avesse raggiunto una conoscenza spirituale superiore. Grande importanza infine era data all'imam, permeato di un'essenza eterna, era persino superiore alla persona del profeta Muhammad, considerato assieme alla sua legge, temporaneo e transitorio.
L'imam diventa così il simbolo dell'uomo perfetto, addirittura è definito immagine della forma divina stessa, a cui gli uomini devono ispirarsi e rivolgersi.
Nel nostro caso fu un nipote di Hassan, suo omonimo, che si proclamò discendente del precedente imam e assunse così il controllo della sua setta, annunciando l'arrivo di un islam solo puramente spirituale, e quindi esente da regole e leggi religiose di alcun tipo.
 Il modo di agire degli assassini mirava a suscitare scandalo, paura, e pertanto i loro attentati avevano spesso luogo in pubblico, in modo da generare un perenne senso di insicurezza.
Gli assassini non temevano la morte, anzi spesso si suicidavano prima di essere catturati per non rivelare informazioni preziose, erano per questo detti "fida'i" coloro che si sacrificano.
Durante le crociate, il culto aveva acquisito un'altra base operativa in Siria guidata da una figura misteriosa chiamata "il vecchio della montagna", per un breve periodo si creò una curiosa alleanza tra crociati e assassini, uniti dal comune obbiettivo di annientare alcuni dei regnanti del medio Oriente.
La loro minaccia cessò solo nel 1256, quando la loro fortezza, assieme ai preziosi documenti sulle loro imprese, fu devastata dall'ondata mongola, a capo della quale vi era Hulagu, nipote di Gengis Khan.

 









 Hulagu e la sua regina
 
La mancanza di documenti scritti e la notevole mistificazione del loro culto, fa ragionevolmente suppore, che molte delle loro imprese siano state gonfiate, o per lo meno sovrastimate, in quanto ogni omicidio politico veniva attribuito a loro e secondo alcuni racconti, persino Saladino rischiò di lasciarci la pelle, anche Marco Polo li cita nel Milione, a testimoniare quanto grande fosse la loro fama.


A TUTTI I LETTORI: nel tentativo di dare un tono più serio al blog, e di provare che non scrivo secondo la mia fantasia o manipolazioni varie, lascerò al termine di ogni articolo una breve bibliografia, che potrà essere anche utile al fine di consigliare ai lettori i testi per approfondire un argomento che abbiano trovato interessante.



BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
A.Bausani, L'islam, Garzanti, 1999
T.Ansary, Un destino parallelo, Fazi, 2010
H.Corbin, Storia della filosofia islamica, Adelphi, 1991


venerdì 30 gennaio 2015

Tra gnosi e sincretismo: gli yazidi

In questo post tratteremo di un gruppo religioso sconosciuto ai più: gli yazidi.



Attualmente sparsi tra le aree a maggioranza curda, tra Turchia, Iraq e Siria, gli yazidi nel corso dei secoli sono stati emarginati e mal tollerati per via della nomea di adoratori del diavolo, io personalmente mi sono imbattuta in questo nome per la prima volta, quando anni fa lessi "Incontri con uomini straordinari" di Gurdjieff.
Tra gli aneddoti d'infanzia dell'autore, si narrava di un curioso episodio: alcuni ragazzini avevano disegnato un cerchio bianco intorno ad un loro coetaneo yazida, e questo vi era misteriosamente rimasto bloccato dentro, non poteva uscirne in alcun modo e gridava disperato. Gurdjieff impietosito si avvicinò e non appena cancellò parte del cerchio, il misterioso ragazzino riuscì a fuggire. E' significativo, perchè chiunque conosca un pò di tradizioni magiche o rituali, sa bene che il cerchio è spesso legato all'evocazione di creature soprannaturali, se siete dei lettori di classici, avrete trovato questo elemento nel Faust, quando il protagonista evoca il demonio Mefistofele.


Al di là di supposizioni e fantasticherie, cosa sappiamo sugli yazidi? Raccogliendo i miei dati a disposizione, proverò a tracciarne un quadro esaustivo, per quanto possibile.
Partiamo dal nome:
-izad in persiano, o yazata in avestico(1), significa venerabile o angelo, vedremo più avanti perchè.
-Yazid è il nome del figlio del califfo Mu'awiya (circa VIII secolo), della dinastia Umayyad, colui che uccise il figlio di 'Ali, Husayn a Karbala in Iraq(2), secondo gli yazidi egli avrebbe in seguito abbandonato l'islam per abbracciare questa fede, per poi diffonderla nella zona dell'attuale Siria.



Figura importantissima e centrale del culto è "Malak Ta'us" un essere angelico, il cui nome vuol dire "angelo pavone".
Malak Ta'us è il più importante dei sette angeli creati da un dio (a cui non viene tributato nessun culto), egli cadde dal cielo per una colpa non ben precisata nei testi, di cui ben presto si pentì, tanto che le sue copiose lacrime riuscirono ad estinsero il fuoco di tutti gli inferni, ed a seguito di ciò fu rimesso in cielo dal dio.
Questi sette esseri o angeli sono le potenze attive di Dio, essi dispensano benedizioni e disgrazie sulla terra e possono entrare in comunicazione con l'uomo.
I loro nomi richiamano personaggi della storia dell'islam, in quanto gli angeli sono scesi più volte sulla Terra per reincarnarsi in particolari uomini e profeti.
Tra questi vi è Shaikh 'Adi ben Musafir, conosciuto anche dai musulmani come sufi e mistico, che ricevette intorno all'XI secolo una rivelazione, e si recò a Lalish nel nord Iraq, per abitare in una caverna, nella zona eseguì numerosi miracoli di guarigione, ed è attualmente seppellito nel complesso templare mostrato nelle foto seguenti.



La ritualità yazida ha elementi sincretici, si praticano battesimo, un rito di condivisione del pane e del vino simile alla comunione cristiana, digiuni in alcuni periodo dell'anno, feste delle stagioni e persino danze dal sapore sufi.
Vari onori sono tributati alle effigi dell'angelo pavone che in alcune ricorrenze vengono portate di villaggio in villaggio.
Particolare importanza ha anche la festa del pellegrinaggio a Lalish che cito brevemente proprio per sottolineare un altro elemento sincretico: nel corso delle celebrazioni i pellegrini recitano canti per onorare il saggio Shaikh Adi,  e non solo, in quanto tra gli inni ve n'è anche uno detto "Canto di Malak 'Isa", ossia canto dell'angelo Gesù, questo rituale poi degenera in pura ritualità frenetica, quasi sciamanica, con ritmi di tamburo ossessivi, seguendo i quali i fedeli si contorcono e si agitano per terra tra forti grida.


Il Kitab aljilwa, il libro della rivelazione è il più importante testo sacro della tradizione yazida, in cui l'angelo pavone, parlando in prima persona, reclama ubbidienza e voti di silenzio da parte dei suoi fedeli, offrendo in cambio benedizioni e potere.
In parte è anche questo aspetto misterico ed elitario, che non facilità l'accesso alle conoscenze da parte degli "estranei", a rendere molti aspetti di questo culto ancora ignoti agli studiosi.
Nell'attesa che future generazioni di impavidi orientalisti sollevino alcuni interrogativi, vi lascio con un estratto di una preghiera con cui si onora Malak Ta'us

"O Signore, tu sei il Dio del viaggio,
Signore della luna e della tenebra,
Signore del trono sublime,
Sei il Dio della benedizione,
Tu sei il trono e io sono nulla,
Io sono debole e caduto,
sono caduto e tu ti ricordi di me,
Ci hai condotti dalla tenebra alla luce."




(1)Avestico= antica lingua della famiglia indoiranico, oggi attualmente utilizzata solo nei testi sacri dello Zoroastrismo, la raccolta degli Avesta.
(2) Husayn= figlio di 'Ali il genero di Muhammad, dagli sciiti è considerato il terzo imam, venne ucciso a Karbala assieme ai suoi parenti e compagni, per essersi ribellato alla presa di potere degli Umayyud, la sua morte viene ricordata dai seguaci della shia nel giorno dell'Ashura, un giorno del calendario lunare islamico, la cui corrispondenza col calendario solare regolare cambia ogni anno.

domenica 18 gennaio 2015

Il demone e il monaco, storie d'ordinaria amministrazione in Tibet

Nella cultura popolare Lang Darma è rappresentato come un demone munito di corna e dotato di lingua nera. Da qui l'usanza presso i tibetani di salutarsi grattandosi la parte superiore della nuca e mostrando la lingua a riprova del fatto di non trovarsi di fronte a un demone cornuto."
da Tibet Mito e Storia di P.Angelini

Lang Darma è stato un usurpatore del trono tibetano nel IX secolo. Appoggiato dai sacerdoti Bon, ripristinò gli antichi culti e privilegi.
Ferocemente avverso al buddhismo aizzò violenze contro i monaci e fece chiudere i monasteri buddhisti, tanto da venir considerato dai posteri un demone.








Un giovane monaco chiamato Palgy Dorje, potente allievo di Padmasambhava, era un esperto di arti magiche e si diceva che fosse in grado di attraversare le rocce e di volare, quando venne a conoscenza delle persecuzioni del despota, spinto dalla compassione decise di partire per porre fine al suo regno di terrore (*).
Giunto a Lhasa, la capitale, si distinse per la sua abilità nella danza, tanto che le guardie del re, gli chiesero di venire a corte per mostrare le sue capacità inusuali al re. Ma una volta giunto al cospetto del re, tra un passo di danza e l'altro, estrasse arco e frecce, precedentemente celati sotto la sua tunica e con questi colpì il sovrano in un occhio che morì sul colpo, in seguito approfittando della confusione, riuscì a fuggire col suo cavallo, facendo così perdere le sue tracce.









 La danza del cappello nero, popolare in Tibet, richiama la vicenda prima citata, in quanto si dice che Pelgyi Dorje, indossasse indumenti simili quando giunse dal malvagio re, lo scopo di questa danza rituale è quello di eliminare le energie negative e gli ostacoli che ci impediscono di conoscere la realtà ultima al di là dell'ego, attraverso tre principali livelli riprodotti simbolicamente dalle parti del vestiario: quello esterno ossia l'ambiente e i suoi condizionamenti, quello interno costituito dalle emozioni e dalla sofferenza, e quello segreto che concerne l'identificazione della mente con il corpo (e quindi l'ego). I rapidi movimenti dei danzatori comunicano agli spettatori la gioia e la libertà acquisita una volta che la realtà viene riscoperta nella sua vera natura.





(*)= in un'ottica buddhista, uccidere un malvagio è un atto di misericordia nei suoi confronti, più che nei confronti degli oppressi, chi indulge nell'omicidio e nella violenza, accumulerebbe molto karma negativo se non venisse fermato, chiaramente è un discorso a livello simbolico, per mostrare fino a che punto un illuminato è disposto a salvare gli esseri dalla sofferenza, fino al punto di sacrificare la sua fedina... karmica! Essendo un tema un pò contorto, approfondirò la questione in un prossimo articolo narrando un jataka, ossia una storia sulle mitiche rinascite precedenti del Buddha storico Gautama.